La crescita interpretativa di Beatrice Rana – non quella puramente tecnica che è suo patrimonio da sempre – ha trovato una nuova conferma nel programma che sta portando in giro per ogni dove e che è stato replicato l’altra sera alla Scala, davanti a un pubblico fittissimo. Il programma era ben congegnato anche se un poco difficile per tutti coloro che non conoscono nei dettagli il novecento storico dei Prokof’ev e Debussy che costituivano la gran parte della serata. La Rana ha iniziato con una scelta di numeri dal Romeo e Giulietta di Prokof’ev (quelli che suonava spesso Berman in concerto) sfoderando una grinta e un complesso di sonorità davvero incantevoli. E’ stata poi la volta dei sei Studi dal libro secondo di Debussy. Gli Studi hanno per il loro autore, come era stato il caso di Chopin, il significato di riassumere i procedimenti tecnico-espressivi di un'intera epoca. E’ nella Prefazione agli Studi che Debussy rivela l'effettiva ascendenza di queste pagine: il pensiero viene rivolto agli antichi clavicembalisti francesi, a quelli che il musicista chiama affettuosamente nos vieux Maîtres, e al loro rifiuto di indicare una precisa diteggiatura da abbinare all'esecuzione dei diversi passaggi sulla tastiera. E' una presa di posizione chiaramente polemica nei confronti delle diteggiature multiple in voga nelle edizioni pianistiche di fine secolo, che oltretutto complicavano enormemente la lettura dello spartito. Il richiamo ai clavicembalisti è poi dettato dall'ammirazione per un tipo di scrittura così fantasiosa da trascendere le limitazioni stesse della tastiera. Per il loro carattere di compendio delle concezioni pianistiche debussiane gli Studi occupano un posto altissimo nella letteratura dello strumento, anche se la loro fortuna concertistica non ha mai raggiunto livelli paragonabili a quella che è da sempre stata accordata ad altre composizioni del maestro francese, in particolare ai Preludi. Le frequenti critiche volte a sottolinearne la freddezza, la pura analiticità, quasi a voler sottolineare la richiesta di un impegno di ascolto oltremodo faticoso, ne hanno certamente limitato le esecuzioni pubbliche, già infrequenti a causa delle obiettive difficoltà che gli Studi presentano anche per un pianista agguerrito. Beatrice Rana è uscita vittoriosa dalla lettura di questo secondo volume e ha a mio avviso celebrato un omaggio nei confronti di Pollini, che aveva affrontato da par suo la raccolta. Un ulteriore Studio, quello “per le otto dita” è stato concesso dalla pianista come bis.
Nella seconda parte del programma la Rana ha optato per tre numeri tratti dalla trascrizione che Mikhail Pletnev ha effettuato partendo dallo Schiaccanoci di Čajkovskij, pezzi estremamente difficoltosi e di impaginazione geniale, per proseguire poi con la sesta Sonata di Prokof’ev. La sesta, la settima e l'ottava sonata – le cosiddette “sonate di guerra” - conobbero subito un grande successo, grazie anche alle esecuzioni pubbliche effettuate da parte di un interprete quale Sviatoslav Richter, che tenne a battesimo la sesta nel '42. In questa sonata il lato più acceso della poetica prokofieviana fa ancora capolino, come aveva acutamente notato lo stesso Richter leggendo la nuova opera : "Rimasi scosso dalla straordinaria chiarezza dello stile e dalla perfezione della costruzione di questa musica. Non avevo mai ascoltato nulla di simile. Con un'arditezza barbara, il compositore rompe con la tradizione romantica per animare la sua musica con le pulsioni devastanti del ventesimo secolo". Anche in questo caso Beatrice Rana ha espresso sia il carattere estremamente feroce di certe idee ma anche quello lirico di certi intermezzi che bilanciano un discorso comunque quasi sempre mantenuto ad un livello di tensione estrema. Il pubblico ha risposto con entusiasmo alla magnifica esecuzione della pianista, che ha ricevuto ovazioni davvero trionfali.
Nella seconda parte del programma la Rana ha optato per tre numeri tratti dalla trascrizione che Mikhail Pletnev ha effettuato partendo dallo Schiaccanoci di Čajkovskij, pezzi estremamente difficoltosi e di impaginazione geniale, per proseguire poi con la sesta Sonata di Prokof’ev. La sesta, la settima e l'ottava sonata – le cosiddette “sonate di guerra” - conobbero subito un grande successo, grazie anche alle esecuzioni pubbliche effettuate da parte di un interprete quale Sviatoslav Richter, che tenne a battesimo la sesta nel '42. In questa sonata il lato più acceso della poetica prokofieviana fa ancora capolino, come aveva acutamente notato lo stesso Richter leggendo la nuova opera : "Rimasi scosso dalla straordinaria chiarezza dello stile e dalla perfezione della costruzione di questa musica. Non avevo mai ascoltato nulla di simile. Con un'arditezza barbara, il compositore rompe con la tradizione romantica per animare la sua musica con le pulsioni devastanti del ventesimo secolo". Anche in questo caso Beatrice Rana ha espresso sia il carattere estremamente feroce di certe idee ma anche quello lirico di certi intermezzi che bilanciano un discorso comunque quasi sempre mantenuto ad un livello di tensione estrema. Il pubblico ha risposto con entusiasmo alla magnifica esecuzione della pianista, che ha ricevuto ovazioni davvero trionfali.