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 Il Quartetto Ébène per la Società del Quartetto
Una integrale in fieri dei quartetti beethoveniani - 10 Marzo 2026


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   Alla forma del Quartetto d'archi Beethoven consegnò, come è noto, alcune tra le sue speculazioni più profonde. Basterebbe in particolare ascoltare gli ultimi raggiungimenti della cosiddetta "terza maniera", che in questo caso si esprime nei cinque esempi scritti tra il 1824 e il 1826, per comprendere a quale livello di complessità e di sublimazione era arrivata la scrittura quartettistica beethoveniana e quale intensità di espressione si possa celare all'interno di una tessitura strumentale siffatta.
I sei Quartetti dell'opera 18 (1799 - 1801) appartengono evidentemente a tutt'altra stagione creativa e risentono pienamente degli esempi haydniani e mozartiani. Tuttavia, sia per la natura stessa del genere strumentale in questione, sia per il fatto che la forma del Quartetto è una delle ultime ad essere avvicinate da un musicista oramai trentenne e già minato dall'inesorabile sordità, anche in questa prima raccolta "sperimentale" l'ascoltatore si trova già di fronte a un'opera perfettamente compiuta, a una prova di eccezionale maturità artistica.  Tra i sei quartetti dell’op.18, dedicati al Principe Lobkowitz, mecenate ed amico di Beethoven, quello in sol maggiore è forse quello più legato alla stagione haydniana e mozartiana ed è stato rivelato dai membri del Quartetto Ébène con una grazia tutta particolare che ha fatto percepire al pubblico il livello strumentale di questo complesso oramai giunto alla maturità. Ma l’incipit del programma di ieri sera fungeva da antipasto per un ben maggiore salto qualitativo che ci portava ad ammirare il complesso dei quartetti della “terza maniera” beethoveniana.
 
Si è soliti classificare gli ultimi cinque grandi quartetti scritti da Beethoven in due partizioni: la prima comprende i quartetti opp.127,130 e 132, dedicati al Principe Galitzin e composti tra il 1823 e la fine del 1825, la seconda annovera invece l'op.131, dedicata al Barone von Stutterheim e completata nell'ottobre 1826 e l'op.135, che vide la luce tra giugno e ottobre dello stesso anno. L'ordine di composizione dei cinque quartetti non rispecchia dunque esattamente il numero d'opera, fatto del tutto trascurabile se si pensa che il linguaggio avanzatissimo utilizzato dal musicista in questi lavori diventa un vero e proprio parametro unificatore che rende inutile uno studio analitico delle possibili differenze o evoluzioni tra un quartetto e l'altro. Semmai all'interno di questo linguaggio si colgono delle punte che sconvolsero comprensibilmente gli ascoltatori dell'epoca e che possono essere prese come riferimento per l'evoluzione della scrittura quartettistica nel nostro secolo, dagli esempi scaturiti dalla nuova Scuola di Vienna a quelli bartokiani.
Che uno dei vertici del linguaggio musicale beethoveniano fosse rappresentato dal Quartetto op.131 era fatto già noto nell'ottocento, almeno dal momento in cui Wagner aveva espresso la propria grande ammirazione per questo lavoro. Il Quartetto disorienta lo studioso già per la sua architettura formale, che prevede ben sei movimenti - seppure di dimensioni differenti - che si succedono senza soluzione di continuità; il primo movimento (Adagio ma non troppo e molto espressivo) è una vera e propria fuga a quattro voci il cui tema è introdotto dal primo violino. Fu proprio lo sconvolgente contenuto espressivo di questo tema - del tutto insolito se si considera un tema di fuga come un qualcosa di scolastico che deve per forza tener conto di certe regole formali - ad impressionare notevolmente Wagner: "L'Adagio introduttivo, molto lento, rivela il sentimento più melanconico che sia mai stato espresso in musica" ebbe a scrivere il musicista tedesco, offrendo lo spunto per tutti quei commentatori che giustamente videro nel complesso dell'op.131 un discorso di profonda unitarietà psicologica le cui radici affondano proprio nella natura del tema iniziale. Il Quartetto Ébène ha rivelato tutte le complessità di questo capolavoro, così come è accaduto con il Quartetto op.135, anch’esso paradigmatico della “ultima maniera”. Non è facile catturare l’attenzione del pubblico con un programma del genere, ma gli applausi sinceri scaturiti al termine di queste esecuzioni hanno sottolineato sia la bravura del complesso strumentale (la viola Hélène Clement sostituiva Marie Chilemme) sia ovviamente la grande bellezza e profondità di questi quartetti.