Weber, Bruch, Brahms
Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore Fabio Luisi
Violinista Sergej Krylov
Teatro alla Scala 23 Febbraio 2026
Weber, Bruch e Beethoven erano i protagonisti musicali dell’ultimo concerto dei Filarmonici della Scala impegnati sotto la bacchetta di Fabio Luisi. La fama di quel singolare musicista che fu Carl Maria von Weber è certamente affidata ai tre capolavori scritti per le scene: il "Franco cacciatore", prima grande opera romantica, rappresentata a Berlino nel 1821 con enorme successo; “Euryanthe”, eseguita a Vienna due anni dopo, e infine “Oberon”, scritta per il Covent Garden e ivi eseguita il 12 aprile del 1826. Gli elementi fantastici, la grande invenzione espressiva, il vigoroso impianto sinfonico, l'apertura verso una nuova concezione del melodramma che porterà direttamente all'universo wagneriano sono alcuni tra i motivi che hanno reso celebri questi titoli e le Ouverture che ne precedono lo svolgimento. In particolare in Oberon la pagina introduttiva ci introduce direttamente in un mondo fatato popolato dagli Elfi e dal loro Re, il personaggio che appunto dà il titolo all’opera tratta da un poema di Cristoph Martin Wieland. Dal poema del Wieland, James Robinson Planché trasse un libretto in lingua inglese la cui povertà non impedì a Weber di concepire una musica densa di fascino. La pagina sinfonica weberiana si apre con il richiamo al tema del magico corno di Oberon (Adagio sostenuto), cui risponde il divertito mormorìo di Puck e degli spiriti. Ma i due temi principali che concorrono decisamente alla fama dell’Ouverture si trovano nel successivo Allegro: il primo, affidato al clarinetto, richiama il carattere ardente di Ugo di Bordeaux; il secondo - una delle più belle idee di tutta la musica romantica - verrà ripreso nella grande aria di Rezia nel secondo atto dell’opera. Gli elementi dell’orchestra scaligera hanno contribuito con sapienza al dispiego dei temi principali dell’Ouverture, portando al successo l’incipit del concerto.
Ma l’attenzione degli spettatori era attesa per l’esecuzione del Concerto di Bruch, solista al violino il bravissimo Sergej Krylov. Tipico esponente del tardo romanticismo tedesco, Bruch ha lasciato una grande mole di lavori sinfonici e corali tra i quali sopravvive oggi quasi solamente questo indovinatissimo Concerto, scritto nel 1866 da un musicista ancora giovane ed entrato presto a far parte del repertorio di tutti i più grandi concertisti. L’opera è dedicata al grande Joseph Joachim, nume tutelare dello strumentismo tedesco, grande amico di Brahms e dedicatario dell’ancor più famoso Concerto op.77 di quest’ultimo. L’amicizia e la stima comune che legava Joachim, Brahms e Bruch e l’innegabile affinità di certe pagine del Concerto di Bruch con la musica brahmsiana non devono trarre in inganno: l’opera 26 di Bruch venne composta ben dodici anni prima rispetto al Concerto di Brahms e quindi nessun debito diretto è da segnalare in questo caso, come capita talvolta di leggere nelle guide musicali. Claude Rostand, nel suo libro dedicato all’opera di Brahms, taglia corto con questa presunta parentela tra i due lavori : “il Concerto di Bruch, curiosamente, precede quello di Brahms pur sembrandone una modesta imitazione”. Del resto se si analizza l’impianto formale del Concerto di Bruch ci si accorge come questo risulti assai debole rispetto ai canoni brahmsiani: l’Allegro moderato di apertura segue un andamento rapsodico che del tipico Allegro di sonata ritiene soltanto l’esposizione, caratterizzandosi quindi come una sorta di preludio all’Adagio seguente - da eseguirsi senza soluzione di continuità, così come accade nel Concerto per violino di Mendelssohn. Nel finale poi restano certamente più impresse le brillanti idee melodiche e ritmiche e il trattamento virtuosistico dello strumento solista che non le caratteristiche squisitamente formali di elaborazione tematica. Sta di fatto che si può comunque parlare di innegabile riuscita di una pagina davvero accattivante che si ascolta sempre con grande piacere. Krylov ne ha rivelato il carattere estremamente virtuosistico più che il lato di cantabilità romantica e il successo per l’esecuzione si è fatto sentire attraverso i convinti applausi del pubblico. Immancabile – e prezioso – il bis tratto dalla seconda delle Sonate per violino solo di Ysaÿe e costruito sul tema del Dies Irae portato agli estremi del virtuosismo.
Con un passaggio all’indietro nel tempo, Luisi ha scelto di concludere la serata con l’ottava sinfonia di Beethoven, un intervallo geniale tra la settima e la nona, tutta risolta attraverso un carattere burlesco che ricorda certi temi haydniani. Grande successo complessivo per una serata da ricordare.
Ma l’attenzione degli spettatori era attesa per l’esecuzione del Concerto di Bruch, solista al violino il bravissimo Sergej Krylov. Tipico esponente del tardo romanticismo tedesco, Bruch ha lasciato una grande mole di lavori sinfonici e corali tra i quali sopravvive oggi quasi solamente questo indovinatissimo Concerto, scritto nel 1866 da un musicista ancora giovane ed entrato presto a far parte del repertorio di tutti i più grandi concertisti. L’opera è dedicata al grande Joseph Joachim, nume tutelare dello strumentismo tedesco, grande amico di Brahms e dedicatario dell’ancor più famoso Concerto op.77 di quest’ultimo. L’amicizia e la stima comune che legava Joachim, Brahms e Bruch e l’innegabile affinità di certe pagine del Concerto di Bruch con la musica brahmsiana non devono trarre in inganno: l’opera 26 di Bruch venne composta ben dodici anni prima rispetto al Concerto di Brahms e quindi nessun debito diretto è da segnalare in questo caso, come capita talvolta di leggere nelle guide musicali. Claude Rostand, nel suo libro dedicato all’opera di Brahms, taglia corto con questa presunta parentela tra i due lavori : “il Concerto di Bruch, curiosamente, precede quello di Brahms pur sembrandone una modesta imitazione”. Del resto se si analizza l’impianto formale del Concerto di Bruch ci si accorge come questo risulti assai debole rispetto ai canoni brahmsiani: l’Allegro moderato di apertura segue un andamento rapsodico che del tipico Allegro di sonata ritiene soltanto l’esposizione, caratterizzandosi quindi come una sorta di preludio all’Adagio seguente - da eseguirsi senza soluzione di continuità, così come accade nel Concerto per violino di Mendelssohn. Nel finale poi restano certamente più impresse le brillanti idee melodiche e ritmiche e il trattamento virtuosistico dello strumento solista che non le caratteristiche squisitamente formali di elaborazione tematica. Sta di fatto che si può comunque parlare di innegabile riuscita di una pagina davvero accattivante che si ascolta sempre con grande piacere. Krylov ne ha rivelato il carattere estremamente virtuosistico più che il lato di cantabilità romantica e il successo per l’esecuzione si è fatto sentire attraverso i convinti applausi del pubblico. Immancabile – e prezioso – il bis tratto dalla seconda delle Sonate per violino solo di Ysaÿe e costruito sul tema del Dies Irae portato agli estremi del virtuosismo.
Con un passaggio all’indietro nel tempo, Luisi ha scelto di concludere la serata con l’ottava sinfonia di Beethoven, un intervallo geniale tra la settima e la nona, tutta risolta attraverso un carattere burlesco che ricorda certi temi haydniani. Grande successo complessivo per una serata da ricordare.